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La transumanza in Sardegna

La scarsità di pascoli, la carenza d’acqua, la temperatura, le malattie, i predatori. Questi sono tutti fattori che hanno spinto i pastori a trovare delle soluzioni per il benessere del loro bestiame. Benessere da cui dipendeva la sopravvivenza degli stessi pastori. Una risposta a questi problemi è il nomadismo, movimento che, per dirla alla Fernand Braudel “su enormi percorsi trascina tutto con sé: le persone, gli animali e anche le case. Tuttavia non incanala mai, come la transumanza, enormi fiumane di pecore. Le sue greggi, anche importanti, si diluiscono in uno spazio immenso, talvolta in gruppi molto piccoli”. Dunque la transumanza, a differenza del nomadismo, è una pratica che si svolge all’interno di una società organizzata, dove esistono delle specifiche divisioni dei ruoli.

I diversi tipi di transumanza

La transumanza consiste generalmente nel trasferire il bestiame, durante la stagione più calda, ai più freschi pascoli della montagna. E’ questa la cosiddetta transumanza “diretta” o “normale”, chiamata anche con i nomi di “alpeggio” o “monticazione”. Questa pratica è ancora in uso in vaste zone dell’Italia settentrionale.

La transumanza in Sardegna è di tipo “inverso”, dal momento che il trasferimento del bestiame avviene dai pascoli delle montagne a quelli delle pianure. Questa migrazione stagionale avveniva durante il periodo tardo autunnale-invernale, a causa del freddo e della neve nei monti del Gennargentu. Questa tipologia di transumanza “inversa”, oltre ad essere stata effettuata in Sardegna dal Medioevo all’età contemporanea, è documentata nella Navarra spagnola del XVI secolo.

Un terzo tipo di transumanza è quella cosiddetta “mista”, praticata dai pastori che risiedono a metà strada tra montagna e pianura e che si spostano in su o in giù seguendo il ciclo della crescita del manto erboso. Questa tipologia di transumanza è ad esempio praticata in Corsica.

Piccola e grande transumanza

Se erano condizioni naturali a spingere il pastore a trasferirsi in pianura con il gregge, di ordine economico, storico, sociale, e più generalmente, culturale, sono i motivi che presiedono alla scelta della località di svernamento, determinando quindi le distanze degli spostamenti. Per via di queste diverse distanze, il geografo francese Maurice Le Lannou individuò tre principali varianti di transumanza

  • una “piccola transumanza”, era quella percorsa dai pastori di Orani, Sarule e Olzai, che svernavano vicino alla pianura lungo il corso medio del fiume Tirso, distante qualche decina di chilometri
  • una transumanza più lunga, dai 30 ai 60 chilometri, portava i pastori ogliastrini dei villaggi di Arzana, Villagrande, Ulassai, Gairo e Ierzu, nelle marine di Tortolì e del Sarrabus
  • quella definita “grande transumanza” o “transumanza lontana”, conduceva dai villaggi del Gennargentu alla più lontane pianure di Olbia, Oristano e Cagliari. Questo era un viaggio praticato dai pastori di Gavoi, Ovodda, Fonni, Tiana, Tonara, Desulo, Aritzo, Belvì.
Transumanza Seulo – Dolianova

Uno di quei collegamenti tra il i villaggi del centro della Sardegna e il Campidano di Cagliari ha interessato i pastori di Seulo, i quali andavano a svernare nei pascoli delle montagne di Dolianova, il cui clima era più mite rispetto a quello a cui avrebbero altrimenti dovuto far fronte nelle montagne da cui provenivano, al limitare del Gennargentu. Un tragitto di circa 100 chilometri ascrivibile dunque al filone delle “grandi” transumanze, quello compiuto dai pastori seulesi che avevano scelto il territorio di Dolianova come luogo d’elezione delle proprie migrazioni stagionali. Ma perché proprio Dolianova?

C’era una specie di allaccio a Dolianova, da secoli. I primi seulesi arrivarono a Dolianova a metà del 1800. Tra questi, il primo in assoluto pare fosse Bainosu. La storia dice che non volendo studiare, il padre gli avesse detto “bainosu”, che nel dialetto locale significa “comincia a camminare”, nel senso di “datti una mossa”. Pur essendo di famiglia ricca, il padre l’aveva dato ai suoi dipendenti per trattarlo come fosse un loro servitore, per fargli capire quanto fosse dura la vita lavorativa, usando anche l’aratro a spalle, invece che farlo portare ai buoi. Da quel momento si è messo a studiare sino a poi diventare notaio.

In questa testimonianza orale che ci è stata gentilmente rilasciata, oltre al “mito” fondativo della comunità, si originano le motivazioni storiche di quella che è stata una vera e propria “migrazione di massa” da Seulo a Dolianova.

Qui a Dolianova non era facile entrare, perché c’erano gli allevatori locali. Allora facevano il cambio di residenza [i Seulesi] o chiedevano aiuto a Seulesi che già avevano la residenza a Dolianova. Facevano dei trambusti per poter riuscire in qualche modo a venire a Dolianova perché c’erano quattro fiocchi di erba in più.

Ecco dunque che, da un primo arrivo che potremmo definire “esplorativo” effettuato da Bainosu, i seulesi si ritrovarono ad avere in Dolianova un luogo sicuro di approdo dove

qualcuno che ti faceva un foglio, si trovava

Questo “foglio” altro non era che l’autorizzazione al pascolo del bestiame. Pascolo che poteva avvenire all’interno di terreni privati, o nei territori che il comune metteva a disposizione concedendo il “diritto d’ovile”. Un contratto d’affitto che in genere scadeva attorno al 20 di maggio. Ed è allora che i pastori facevano ritorno a casa, attraverso quello che taluni chiamavano su viaggiu: il viaggio per eccellenza. Migliaia di capi di bestiame, pecore, capre, maiali, bovini, prendevano la strada per Seulo, lasciando vuote le montagne di Dolianova.

Ma con il passare del tempo, la pratica di trasportare il bestiame a piedi si interruppe. Tra gli anni ‘60 e ‘70, gli animali iniziarono dapprima ad essere trasferiti con i camion, sino a quando poi i pastori divennero definitivamente stanziali e presero la residenza a Dolianova, seguendo la strada tracciata un tempo da Bainosu.

Il Cammino Dolianova – Seulo

Si potrebbe chiamare anche rientrendu ‘e Campidanu, il cammino a ritroso verso Seulo. E’ però, simbolicamente, il più classico dei nostos. Vale a dire, il rientro a casa dopo un lungo viaggio. Viaggio che in questo caso è iniziato con la discesa a Dolianova dei barbaricini di Seulo, i quali dopo aver mancato di riportare se stessi e il bestiame al villaggio natio, ritornano a casa a distanza di 50 anni dall’ultima volta in cui qualcuno ha effettuato la transumanza a piedi.

Questo viaggio di rientro è l’idea di base per la realizzazione di un cammino a piedi di 6 giorni. Un’esperienza unica per ripercorrere situazioni, luoghi, emozioni, nei territori attraversati un tempo dai pastori transumanti. Un viaggio dentro se stessi prendendosi il lusso di staccare completamente dalla quotidianità, immersi nella natura, circondati dai soli rumori di quest’ultima.

Nell’articolo di prossima pubblicazione racconteremo della prima tappa del cammino, quella che dai monti di Dolianova ci ha portato a Silius.

 

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